scritto da Camilla Luna Franceschini
Se con Strani disegni Uketsu ci ha insegnato a diffidare delle immagini, con La Strana Casa, edito in Italia da J-POP, ci porta a dubitare della sicurezza stessa delle nostre abitazioni.
Questo adattamento del romanzo, curato dai disegni di Kyo Ayano, parte, infatti, da una planimetria architettonica, per costruire un thriller psicologico. La forza dell’opera risiede nella sua capacità di trasformare linee nere su carta bianca, solitamente sinonimo di ordine e rifugio, in una ragnatela di segreti familiari e orrori architettonici.
La trama segue le vicende di un giovane scrittore freelance appassionato di misteri occulti, che riceve da un conoscente la piantina di una casa che quest’ultimo vorrebbe acquistare. A una prima occhiata, l’abitazione appare spaziosa e luminosa, ma un dettaglio apparentemente insignificante cattura l’attenzione: uno spazio vuoto, una sorta di “stanza segreta” senza porte né finestre, incastrata tra la cucina e il soggiorno. Quello che inizia come un semplice esercizio di curiosità professionale si trasforma in una discesa nel baratro quando lo scrittore sottopone il caso a Kurihara, un architetto con una spiccata propensione per la logica deduttiva. Insieme, i due iniziano a decostruire la planimetria, arrivando a ipotizzare che l’intera struttura della casa sia stata progettata con un unico, terrificante scopo: facilitare il compimento di un omicidio e la successiva sparizione del cadavere, il tutto senza che nessuno all’esterno possa accorgersi di nulla. Si trasforma, così, la casa in un antagonista vivo e opprimente che evoca non spettri tradizionali ma un horror architettonico radicato nella quotidianità , dove la claustrofobia degli ambienti chiusi si intreccia con l’ansia dell’ignoto razionale, mantenendo un ritmo investigativo interattivo che invita il lettore a teorizzare in parallelo ai personaggi, anche se il primo volume dosa le rivelazioni per promettere un crescendo esplosivo nei successivi.
Kurihara non possiede la fisicità degli eroi dei thriller d’azione.
La sua forza risiede in una lucidità asettica che rasenta l’insensibilità . Si comporta da un investigatore che osserva le anomalie con l’occhio di un chirurgo che seziona un corpo, privo di pregiudizi morali ma dotato di una logica ferrea che gli permette di “leggere” tra le righe di un muro o di una pennellata. La sua caratterizzazione è definita dalla sua capacità di distacco: mentre il mondo attorno a lui inorridisce, Kurihara rimane affascinato dalla coerenza interna del male, rendendolo un personaggio tanto rassicurante per la sua competenza quanto inquietante per la sua freddezza.
Al suo opposto troviamo la figura del Narratore, che funge da ponte emotivo con il lettore. Se Kurihara è la mente, il narratore è il cuore (spesso terrorizzato) della vicenda. Questo sdoppiamento permette a Uketsu di mantenere un equilibrio perfetto tra la risoluzione dell’enigma e la percezione del pericolo.
Nelle storie di Uketsu, l’omicidio non è mai un atto d’impulso, ma un processo.
Richiede manutenzione, spazi dedicati e una gestione quasi aziendale. Questa prospettiva svuota l’assassino della sua aura “mostruosa” per restituirgli una dimensione di spaventosa quotidianità . Chi progetta una stanza segreta per uccidere o chi nasconde indizi in un disegno non è un mostro da film horror, ma qualcuno che ha accettato l’orrore come una necessità logica della propria esistenza. Questa tematica della “normalizzazione dell’abominevole” è ciò che rende la lettura un’esperienza che continua a rimbombare nella mente del lettore molto dopo aver chiuso l’ultima pagina.
Il comparto grafico affidato a Kyo Ayano gioca un ruolo fondamentale.
Rende dinamica una storia che, per sua natura, rischiava di apparire statica. Disegnare un manga che ruota attorno a muri e corridoi non è impresa da poco, ma Ayano riesce a infondere tensione in ogni tavola. Il suo tratto è pulito e quasi asettico, una scelta stilistica che riflette perfettamente la freddezza dei calcoli architettonici dietro i quali si nasconde il male. La rappresentazione dei personaggi è sobria, quasi dimessa, ma esplode in espressioni di puro terrore o di gelida lucidità nei momenti chiave. Particolarmente efficace è l’uso degli spazi bianchi e delle ombre: quando i protagonisti esplorano mentalmente la casa, il lettore ha la sensazione fisica di trovarsi in quegli ambienti angusti e asfissianti, rendendo la planimetria un vero e proprio personaggio senziente e malevolo.
La caratterizzazione dei personaggi è costruita sulla complementarità .
Il protagonista narratore funge da catalizzatore emotivo, rappresentando lo stupore e il disagio del lettore che si trova davanti a rivelazioni sempre più assurde. Kurihara, d’altro canto, è il vero motore analitico della vicenda: la sua mente brillante e quasi cinica permette di trasformare ogni anomalia edilizia in un indizio comportamentale. Non c’è bisogno di eroi d’azione in questa storia, perché la vera battaglia è intellettuale. I comprimari e le figure che emergono dal passato della casa sono tratteggiati con una ambiguità morale che tiene costantemente sul chi vive, portando chi legge a chiedersi non solo “chi” sia il colpevole, ma “come” la follia possa essere stata pianificata con tale precisione millimetrica.
La Strana Casa non è, quindi, solo un mystery ben congegnato.
È una riflessione sulla facciata di normalità delle famiglie giapponesi e sulle oscurità che possono nascondersi dietro un design moderno. È un’opera che scorre via velocemente ma lascia un senso di inquietudine persistente, spingendoti a guardare con occhi diversi le mura di casa tua appena chiudi il volume.



