scritto da Camilla Luna Franceschini
Taiyō Matsumoto nato a Tokyo nel 1967, riesce a farsi riconoscere dal tratto estremamente peculiare che unisce il surreale al minimale, più simile ai fumetti occidentali. Inoltre, un tema ricorrente è sicuramente quello dell’infanzia e la forza disarmante con la quale riesce a narrarla ci mostra come non si limiti a descrivere una fase della vita basandosi sui classici stereotipi, ma scavi dentro di sé, rendendosi vulnerabile.
Se guardiamo Sunny, Go Go Monster o Tekkon Kinkreet, la prima cosa che vediamo è la scarsa presenza di dialoghi, infatti bambini non hanno parole per esprimere il mondo, loro lo vivono pienamente. Matsumoto questo l’ha capito bene. Le tavole prendono vita, la china marcata rende tutto più dinamico, sembra quasi che siano stati loro a raccontarci le loro vicissitudini.
In Sunny, Matsumoto ci fa entrare nella quotidianità e nei ricordi di questi bambini, entrando in empatia con loro, vedremo così il mondo con i loro occhi e lo percepiremo con i loro cuori. Scopriremo così una realtà amara, cruda e difficile che ci circonda quotidianamente ma che facciamo finta di non vedere e che non vogliamo nemmeno conoscere. È un’opera più personale e delicata, in cui le esperienze di ognuno di loro si sommano per dare voce all’esperienza personale dell’autore, che come loro, ha vissuto un periodo lontano dalla sua vera famiglia.
I temi trattati sono innumerevoli ma in particolare si sofferma sulla discriminazione subita dai ragazzi dell’istituto e sul senso di Inferiorità che provano verso “ragazzi di casa”, che hanno una famiglia, sentimento di vergogna per non essere stati dei figli meritevoli dell’amore dei genitori e tutti i traumi che l’abbandono porta con se.
L’opera rappresenta con estremo realismo e forza le sfaccettature della famiglia nella società giapponese: le dinamiche di famiglie in difficoltà economica e/o psicologica, figure di riferimento sgretolate, abuso di sostanze, genitori che hanno scelto di diventarlo solo per mantenere le apparenze senza essere pronti.. insomma, l’umanità sotto tutte le sue sfumature più complesse.

Anche in Tekkon Kinkreet si sente la forte presenza del passato dell’autore, ci racconta infatti, la vita di due ragazzini senza famiglia, abbandonati a loro stessi in una città dalla quale non sono mai usciti. Lì ruota tutto il loro mondo. Kuro e Shiro sono diametralmente opposti, serio, riflessivo e protettivo uno e sognatore, chiassoso e spensierato l’altro, insieme sono in perfetto equilibrio ma da soli hanno paura di destreggiarsi in quel mondo degradato e deprimente.
L’autore passa dal descrivere come i grandi sogni dell’infanzia crollino di fronte alla mediocrità della vita adulta, come la vita sembra passare in un attimo mentre si ha il desiderio di lasciarsi tutto alle spalle a quanto sia difficile adattarsi si cambiamenti del mondo, sentendosi sempre in ritardo. E lo fa con estrema sincerità, mostrando la realtà per come l’ha vissuta e come la sta vedendo.
Tiratelo fuori dalla vostra TBR e dategli una chance, non ve ne pentirete.



