Junji Ito: dal body horror all’introspezione psicologica

Junji Ito: dal body horror all’introspezione psicologica

scritto da Camilla Luna Franceschini

Junji Itō nasce nella prefettura di Gifu nel 1963, intraprende il percorso da odontotecnico, per poi dedicarsi al disegno, solo dopo aver deciso di rinunciare alla carriera per seguire la propria passione.

Lo studio dell’anatomia, però, si rivela fondamentale nella trasformazione dei corpi in modi disturbanti e l’approccio scientifico contribuisce, anche, a trattare l’horror con un approccio analitico e principalmente basato sull’elemento psicologico. 

Costruisce la narrazione partendo da situazioni di vita quotidiana per poi raggiungere una tensione sempre più crescente, inserendo, man mano, degli indizi che fanno presagire le mostruosità che ci attenderanno. 

Anche i personaggi sono apparentemente e noiosamente normali e finiscono per trovarsi in una in situazioni tragiche, a causa dei comportamenti ed emozioni più oscure dell’animo umano che fungono da catalizzatori del male, che sembra inestirpabile. Un male che ogni individuo, apparentemente sano, ha al suo interno, bisogna essere solo abbastanza abili a saperlo scovare.

I disegni sono caratterizzati da uno stile lineare, dettagliati e macabri ma al tempo stesso ama concentrarsi sulla contrapposizione tra bellezza e morte grazie alla capacità espressiva e penetrante dello sguardo. Gli occhi sono la chiave dell’anima, dai quali poter scrutare il male che si nasconde sotto una bellezza inquietante. Tomie ne è l’esempio perfetto, ragazza bella e fatale che riesce ad attrarre chiunque.

Le sue storie traggono spesso ispirazione da fatti realmente accaduti nella vita del mangaka, tornando a Tomie, ad esempio, l’ispirazione viene dalla morte improvvisa di un suo compagno di scuola, che gli ha lasciato la strana sensazione che potesse riapparire innocentemente, come se nulla fosse successo. Tomie, infatti, viene uccisa da innamorati gelosi e ossessionati o da persone invidiose della sua bellezza e fascino, ma lei torna sempre come se nulla fosse accaduto, a volte ragazza, a volte adulta, indipendente e non curante del destino di morte che l’accompagna fedele.

Continua a vivere ogni giorno il tempo che le è concesso, alla ricerca di un riscatto e della libertà che sembra irraggiungibile. L’autore vuole così sottolineare la schizofrenia che il sistema produttivo capitalistico inserisce nella società, creando desideri che prima non esistevano e non poteranno mai essere assecondati fino in fondo.

Mentre ne “Il libro delle maledizioni di Soichi” troviamo un bambino che desidera sono solo le attenzioni della propria famiglia e l’accettazione da parte delle persone che lo circondano, cercando di apparire malvagio, diverso. Itō afferma di rispecchiarsi molto in Soichi, il tentativo di fare qualunque cosa per potersi sentire accettato, è qualcosa che soprattutto nel periodo dell’adolescenza ha accompagnato molti di noi. 

Gli elementi di richiamo alla sua vita personale, ci permettono anche di ridurre quella distanza tra noi e i personaggi, forse proprio per questo in molti si sono avvicinati alle sue opere.

Poi nella realtà adora i gatti e si comporta da tenerone (date un’occhiata ai suoi video su VIZ media), magari riuscirà a conquistare anche i più scettici.