Kabi Nagata - “Quando la vita ti regala limoni, tu facci una limonata” e condividi quello che hai imparato

Kabi Nagata – “Quando la vita ti regala limoni, tu facci una limonata” e condividi quello che hai imparato

scritto da Valeria AlidiCorvo

Quanti pensano che la vita di un autore di successo sia tutta rose e fiori?
Che una volta che la carriera è avviata, poi è tutto in discesa?
Quanti invece si soffermano a conoscere le storie degli autori dei manga che tanto amiamo?

Kabi Nagata - “Quando la vita ti regala limoni, tu facci una limonata” e condividi quello che hai imparato

In fondo, i mangaka che apprezziamo e osanniamo sono esseri umani come noi, con pregi, difetti, sensibilità, gioie e dolori.
E c’è chi ha deciso di affrontare i propri problemi facendone non una, ma una serie di opere: benvenuti nel mondo di Kabi Nagata.

Kabi Nagata (28 maggio 1987) è una dei mangaka che ritengo più unica che rara; ha uno stile di disegno molto particolare e tutte le sue opere si caratterizzano per una spiccata colorazione (rosa cipria, arancione fluo, fucsia, …) che non si ferma alle copertine, ma che prosegue all’interno del volume; un filo conduttore visivo che integra ed esalta la narrazione.

Se tutti i suoi lavori si fanno notare graficamente, dal punto di vista narrativo sono ancora più pregevoli grazie alle scelte peculiari dell’artista.

Non fraintendetemi: Kabi Nagata non è un’autrice per tutti i palati; in primis perché tratta tematiche tutt’altro che leggere e in secondo luogo perché lo fa con una schiettezza disarmante.
Preparatevi a racconti introspettivi dettagliati grazie alla tecnica del “flusso di coscienza” che, tramite la rappresentazione libera di pensieri e domande, tira qualche scomoda stoccata che ci farà uscire dalla nostra zona di comfort. Non temete: il tutto è alleggerito con l’ausilio di scenette comiche che aumentano a mano a mano che ci si addentra nelle opere.

Kabi Nagata racconta di sé, della sua storia, la sua sessualità, le aspettative familiari e soprattutto il fatto di essere una persona comune, insicura e spaventata, alle prese con le pressioni dell’età adulta, malattia mentale e tanto altro.

Questo Aprile uscirà per J-POP il suo ultimo lavoro: “Il mio povero pancreas. Eppure la mia vita è un po’ migliorata”; se volete sapere se quest’autrice fa per voi, vi propongo di partire con la sua prima opera, che già ci fa capire in che direzione stiamo andando.

La mia prima volta – My Lesbian Experience With Loneliness

In questo lavoro la sessualità dell’autrice è solo uno dei punti trattati; prima c’è molto altro.
Iniziamo infatti vedendo una Kabi Nagata di 28 anni, fragile e insicura, che ci introduce a uno scenario tutt’altro che roseo: questo almeno per le prime due pagine.
Si viene poi trasportati indietro di 10 anni e ci viene descritto come tutto, dai 18 anni in poi, per lei sia iniziato a diventare difficile.


L’autrice racconta con ironia un percorso lungo un decennio alla scoperta di sé, senza tralasciare i suoi fallimenti, l’inizio della depressione e altre conseguenze di sentirsi bloccati, fuori luogo e confusi in un mondo che sembra invece sapere molto bene quale dovrebbe essere la strada da prendere.
Questo volume è sicuramente consigliato a chi, a prescindere dall’età, sta cercando di prendere in mano le redini della propria vita; “I’m a Loser, Baby” e va benissimo così!

A volte abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci stringa in un caldo abbraccio.

Lettere a Me Stessa (dopo “La Mia Prima Volta”)

Dopo il successo del suo precedente lavoro, Kabi Nagata viene incaricata dal proprio editore di scrivere una storia a puntate con lei stessa come protagonista, ma è a corto di idee su come sviluppare questo progetto. Dopo un brainstorming con il proprio editore, si ricorda di come alle medie teneva un “diario condiviso”; normalmente, sarebbe stato un diario che le amiche si scambiavano tra loro, ma Kabi Nagata lo scriveva da sola, rivolta a sé stessa.

Ed è così che parte questo secondo viaggio, scendendo sempre di più nelle riflessioni dell’autrice. Si potrebbe dire che siamo davanti a un proseguo dell’opera precedente, scritto stavolta sotto forma di diario, ma sempre utilizzando il tratto che la caratterizza; in questo lavoro, il colore è il rosa, in netto contrasto con la spirale discendente e lo scenario più cupo in cui ci addentriamo, dove vediamo proseguire le riflessioni della mangaka su famiglia, solitudine e il desiderio di amare ed essere amata. O anche solo ascoltata. Kabi Nagata trasporta fuori da sé e analizza le proprie fragilità per intraprendere un percorso di autoanalisi e terapia con sé stessa tramite delle lettere alle sé stessa del futuro.Tra tutti questi bassi c’è anche qualche alto: messaggi di incoraggiamento, gratificazioni, relazioni reali che possono soddisfare il suo desiderio di sentirsi amata e accettata.

Come per “La mia Prima Volta”, tutta la fatica, le lotte e i momenti bui servono per dimostrarci che vale sempre la pena di vivere al meglio delle nostre possibilità, anche se non tutto fila come noi vorremmo. Christina Aguilera cantava “I am beautiful no matter what they say; words can’t bring me down”: impariamo a volerci bene, ad accettarci e a non farci schiacciare dai giudizi altrui.

La mia fuga alcolica – Scappando dalla realtà

Ed eccoci al terzo volume autobiografico, in continuità con i lavori precedenti.
Per sfuggire allo stress, al senso di inadeguatezza e inefficienza, Kabi Nagata inizia a fare (ab)uso di alcolici; dopo un po’ però il suo corpo non riesce più a reggere quello stile di vita e l’autrice viene ricoverata in ospedale per pancreatite acuta (mica un raffreddore, eh!).

Questo lavoro ci racconta della sua permanenza in ospedale, utilizzando lo stile caratteristico dell’autrice che riesce a sdrammatizzare con scene tragicomiche anche i momenti più cupi.
Le insicurezze di Kabi Nagata la seguono anche in ospedale, dove viene posta davanti al suo “rendimento” come paziente e alla sua costanza nel raggiungere gli obiettivi di guarigione che le danno i medici. Lei stessa, vittima della sua fragilità, si metterà continuamente a confronto con gli altri pazienti, alimentando il suo sentimento di inadeguatezza.

In questo volume l’arancione fluo la fa da padrone, andando ad integrarsi molto bene con l’altalenante stato d’animo dell’autrice, sfruttando le consuete metafore visive per rendere al meglio le proprie emozioni.

“La mia fuga alcolica” è stata la prima opera di Kabi Nagata che ho letto ed è stata un colpo di fulmine. Sebbene in tutti i suoi lavori si riesca ad empatizzare con l’autrice e con la sua storia, ne “la mia fuga alcolica” la riflessione su sé stessi tocca tematiche quotidiane in cui è molto facile ritrovarsi: a tutti capita di rimpiangere un errore fatto, o di non sentirsi adeguati in una situazione, o no?
Don’t hide yourself in regret, Just love yourself and you’re set” (cit Lady Gaga); impara e continua il tuo percorso, un passo dopo l’altro.

Diario di una guerriera single. Il mio matrimonio con me stessa

Tutto comincia quando l’autrice viene invitata al matrimonio di un’amica: è il primo in età adulta.
Dopo aver assistito a tutta la felicità di quel giorno, Kabi Nagata decide di sperimentare in prima persona cosa significhi indossare l’abito bianco, tanto da procurarsi un abito da sposa e prenotare un book fotografico di lei in abito bianco. Da sola.
Questo evento innesca una serie di riflessioni sul genere, orientamento sessuale, sulle convenzioni, sull’amore, sulle relazioni e sulla fiducia nel prossimo.

Ci addentreremo con toni fucsia nel bagaglio affettivo di Kabi Nagata, la sua solitudine e gli eventi traumatici che l’hanno portata a non credere negli altri, fino a non sapere cosa vuole e ad avere paura di incontrare degli sconosciuti.
L’autrice si renderà conto, tramite le storie raccontate dai suoi lettori, le canzoni e i libri, che l’amore romantico non è solo un sentimento idealizzato ma esiste davvero; non ha un’unica forma e non arriva in un unico modo e il primo passo per impegnarsi in una relazione con qualcun altro è amare in primis sé stessi.

Il percorso di autoanalisi e di guarigione di Kabi Nagata evolvere ulteriormente e anche qui il lettore può facilmente empatizzare con le domande che la mangaka si pone quando si trova ad affrontare – di nuovo – le aspettative familiari e le pressioni sociali.

I’m okay with not being perfect” canta Anne-Marie; amarsi e perdonarsi, accettarsi ed essere capaci di stare bene da soli con sé stessi sono la perfetta chiusura di questo percorso.